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Neve per sempre

Posted in varie by jumpjack on 3 febbraio 2012

Finirà mai di nevicare, in questi giorni?!?

Forse no, dopotutto… siamo nel 2012!😉

Ricamiamoci un po’ su:

 

PALLA DI NEVE

“Appena tornato! Sono senza parole!!!! Ha nevicato ininterrottamente dalle 7:30 alle 19, mezzora di pioggia (che ha aggravato ulteriormente la già critica situazione degli alberi) e poi dalle 19:30 di nuovo bufera!!! Mediamente in giro ci sono 50cm ma con zone dove l’innevamento arriva al metro!!!! una giornata intensissima, sono stanco morto…. Mai avrei creduto di poter assistere a qualcosa di genere ad Anagni.
“Qui le persone dicono che questi livelli non sono stati raggiunti neanche nell’85!
Più tardi forse andrò in terrazzo a misurare ma comunque l’accumulo non dovrebbe discostarsi molto dal mezzo metro, probabilmente qualcosa in più!”

Cominciò così. All’epoca le grosse nevicate, nella zona, erano una rarità; e non solo quelle: era la neve in generale, ad essere una rarità; a pochi chilometri dal mare, in un paese Mediterraneo, “il Paese del sole”, come lo chiamavano un tempo. La neve era come un piccolo miracolo che si ripeteva di tanto in tanto; succedeva così di rado – a volte passavano anche venti o trent’anni tra una grossa nevicata e l’altra – che regolarmente chi assisteva alla seconda Grossa Nevicata della sua vita non poteva fare a meno di pensare con quali occhi diversi la guardava, ora e allora: un bambino prima, un uomo adulto adesso.

La Cerimonia di Passaggio che oggi diamo così per scontata, per gli Antichi era un qualcosa di sotterraneo, di inconscio, seppur universalmente condiviso. Ognuno, dentro di sé, si era reso conto, un giorno della sua vita, di non amare più la neve come quando era bambino; ed era lì che si era accorto di essere diventato un adulto. Da soffice e poetico manto bianco che porta il silenzio e la pace nella natura, la Dama Bianca si trasformava, quasi di punto in bianco, in un mostro maligno e senza cuore, che incurante delle esigenze di chiunque permeava ogni cosa, bloccava le strade, fracassava i tetti, uccideva anziani e derelitti.

Oggi sappiamo come difenderci; o forse sarebbe più corretto dire “come arrangiarci”. Col Previsore Globale che ha raggiunto la precisione di un’ora a 7 giorni, possiamo pianificare, organizzare, costruire. I rifugi costruiti dai nostri avi sono sempre lì: sebbene ampliati, migliorati e arricchiti nel corso dei secoli, è a quei primi uomini, quelli che già adulti ma ancora un po’ bambini si entusiasmavano per la Grande Neve, se oggi possiamo sopravvivere ai Mesi Bianchi, se sappiamo ottenere un raccolto in 70 giorni anziché in 8 mesi, se sappiamo averne cura e razionarlo in modo che basti per tutti fino all’ultimo giorno, quando finalmente inizia il Trimestre Verde.

“E vero che una volta le stagioni erano solo quattro?”, chiese ridacchiando uno dei bambini seduti intorno al focolare.

Le serate passate intorno al fuoco erano l’unico modo per sopravvivere al Culmine, quando la temperatura fuori dalla cupola scendeva a 70 gradi sotto zero e persino l’azoto dell’aria congelava e cristallizzava. Mauro aveva imparato anche lui a riconoscerlo ad occhio, senza bisogno di consultare il termometro, quando la neve diventava rosa. Pochi secondi dopo la cupola protettiva esterna si chiudeva, l’antico meccanismo ancora perfettamente funzionate e ben oliato, e li lasciava al buio per 28 lunghi giorni. Le luci dei fuochi erano le uniche che illuminavano le 7.000 cupole sparse per il globo. Anche se nessuno poteva vedere i fuochi delle altre cupole, sigillate per preservare ogni più piccola caloria infinitesimale.

E con il calore, il carbonio. Ogni minuto che le Pozze bruciavano, riempivano l’aria di residui carboniosi, biossido di carbonio, monossido di carbonio. Nei primi anni, il primo miliardo di persone era morto così; nel sonno, soffocati dal monosido di carbonio. Chiusi nelle antesignane delle Cupole Statali, piccoli igloo di pochi metri di diametro, in grado di ospitare poche decine di persone, gli uomini alimentavano le Pozze con ogni oggetto combustibile che erano in grado di trovare all’esterno.

Ma era sempre più difficile trovare qualcosa, col livello della neve che cresceva, inesorabile, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Le chiamavano ancora Cupole, oggi, ma in realtà ora  erano solide ed enormi grotte costruite centinaia di metri al di sotto della superficie. L’unico modo per osservare il mondo esterno era di recarsi sul cupolino superiore, riservato ai pochi eletti che, in virtù del loro grado, avevano acquisito il diritto di Sorvegliare.

“Sorvegliare”

Era l’incarico più ambito tra i bambini e i ragazzi; vederselo assegnare era un po’ come ricevere l’investitura ufficiale ad Uomo Adulto. Se venivi promosso Sorvegliante, significava che la gente riponeva in te abbastanza fiducia da poterti affidare le loro vite. Essendoci solo un posto nel cupolino, per ridurre al minimo le perdite di calore, i Sorveglianti dovevano avvicendarsi uno dopo l’altro, in interminabili turni di 8 ore, senza potersi distrarre neanche un attimo dall’orizzonte. Poteva bastare un solo secondo, e si poteva lasciarsi sfuggire Il Getto, la tenue fiammata che rivelava la risalita in superficie della pozza di gas naturale liquefatto. La cupola che riusciva ad aggiudicarsi lo sfruttamento del Getto, si assicurava la sopravvivenza fino alla stagione seguente. Per le altre, le cose si facevano davvero dure.

“Sì, Mauro, un tempo, tanti tanti anni fa, le stagioni erano solo 4. E soltanto una era fredda. Le altre erano tiepide, calde, addirittura roventi…”

“Che significa ‘rovente’?”, interruppe la piccola Laura.

“’Rovente’ è quando un oggetto diventa così caldo che non riesci a tenerlo in mano senza scottarti”

“Scottarmi?!?”, chiese ancora più confusa la bambina.

“Sai cosa succede quanto tocchi la cupola sotto la Neve Rosa?”, gli chiese allora la maestra.

La povera Laura rabbrividì e si rannicchiò su sè stessa. Ricordava ancora quando, ancora molto piccola, il papà l’aveva portata di nascosto al Cupolino, non avendo a chi lasciarla durante il suo turno di Sorveglianza. Quando aveva iniziato a cadere la neve rosa, lei aveva allungato la manina fino a toccare il vetro… e non era riuscita più a staccarla. Nonostante gli sforzi del padre, dovette lasciare un bel po’ di pelle sul vetro, prima di recuperare l’uso della sua mano. Ora aveva 11 anni, ma portava ancora la cicatrice. L’avrebbe portata per sempre.

Tutti avevano i loro Segni del Gelo. Le cicatrici rimediate, in un modo o nell’altro, nell’infanzia, quando erano riusciti a eludere la sorveglianza dei genitori e ficcarsi in uno degli innumerevoli pasticci che il Grande Gelo poteva provocare.

“E come facevano ad esserci le stagioni?”, chiese incuriosito Renato. Era il più grandicello del gruppo, e con i suoi 14 anni si sentiva superiore a tutti gli altri bambini, si sentiva quasi un adulto, ormai. Dopo tutto, aveva ormai quasi raggiunto la meta degli anni che quell’ambiente incredibilmente ostile permetteva di raggiungere.

“Vedi”, spiegò allora la maestra, “un tempo le persone non vivevano nelle Cupole. Addirittura, queste caverne non erano nemmeno caverne, ma delle grosse “bolle”, delle cupole, appunto, appoggiate sulla superficie del deserto, e tutto intorno, nascosta sotto la neve, c’era un grandissimo mare di sabbia. Questo, una volta, era il posto più caldo di tutto il pianeta.

“E poi che è successo?”, chiese un altro bambino facendosi più vicino alla maestra e appoggiandole la testa su una spalla.

“Un brutto giorno”, continuò allora la maestra facendosi più seria, “la neve iniziò a galleggiare. Non era mai successo prima. Il mare era così freddo, che la neve che ci cadeva sopra non riusciva a sciogliersi, rimaneva in fiocchi; e fiocco dopo fiocco, iniziò a coprire il mare. All’inizio il mare si muoveva ancora, si riuscivano a vedere le onde sotto la neve. Ma la gente capì subito che c’era qualcosa di troppo strano; di troppo diverso. Era uno di quei giorni di Grande Nevicata, quelli che nella città dei nostri antenati, Roma, aspettavano con ansia per anni e anni. Ma quell’anno… quell’anno fu davvero terribile. Cominciò sulle montagne, dove in pochi giorni si accumularono due metri di neve. Ma ormai il limite era stato superato: tutta quella neve iniziò a riflettere la luce del poco sole che filtrava tra le nuvole, l’aria si raffreddò ancora di più, la neve iniziò ad attecchire anche a quote più basse. Presto arrivò in pianura. C’erano delle macchine, gli spazzaneve, che correvano per le strade strusciando per terra enormi pale di ferro, per gettare via la neve. Ma ben presto non seppero più dove gettarla. I bordi delle strade divennero alti un metro, poi due, poi tre. Poi iniziarono a chiudersi su sé stessi, con la nuova neve che veniva giù. Alcuni crollavano sulle persone che camminavano sotto di essi sperando di raggiungere posti più caldi. Altri, superata l’incertezza iniziale, si stabilizzarono, e diventarono vere e proprie gallerie nel ghiaccio.

La gente iniziò ad usarle per spostarsi dalle montagne verso le pianure. Almeno, quelli che riuscirono ad uscire dalle case. Non tutti furono così fortunati. Ma anche giunti in pianura, si resero conto che non riuscivano ad uscire dalle gallerie, erano troppo profonde. Così continuarono ancora, e ancora, a piedi. Finchè la pianura finì, e iniziò il mare.

Non lo capirono subito. Semplicemente, pensarono che il terreno fosse impregnato di neve sciolta, di acqua, per cui si affondava camminandoci. Poi capirono. Davanti a loro non c’era più terraferma, ma una lunga, sconfinata pianura nevosa agitata; un mare di neve in tempesta.

Molti morirono lì, senza saper più dove andare, senza poter tornare indietro.

Altri, più forti  o solo più fortunati, che magari avevano qualche provvista in più, resistettero fino alla Solidificazione. Una mattina si svegliarono, e il mare non si muoveva più. C’erano ancora le onde, ma erano fisse, immobili, congelate.

L’intero Mediterraneo si era congelato”.

La cupola dove la maestra si era riunita coi suoi bambini sorgeva proprio sulle rive di quell’antico mare, in un territorio che un tempo si chiamava Egitto.

Di lì a poco, dicevano gli esperti, l’allineamento cosmico che tutti si aspettavano si sarebbe verificato, l’asse terrestre avrebbe quello scatto che tutti bramavano da 702 anni; appena 7 gradi, ma sarebbe stato sufficiente; su un raggio di 6000 chilometri, avrebbe significato uno spostamento in superficie di molte centinaia di chilometri. Gli scienziati assicuravano che sarebbe stato sufficiente a spezzare quel terribile Circolo Termodinamico Freddo – così lo chiamavano – che li aveva condotti a quel clima inclemente e terribile. L’aria si sarebbe scongelata nelle regioni della Terra in quel momento più vicine al sole, avrebbe ripreso a intrappolare i raggi infrarossi, che avrebbero scaldato ulteriormente l’aria, aumentato la quantità di aria sciolta, e innescato un circolo virtuoso che avrebbe disciolto nuovamente tutti i gas dell’atmosfera, si sarebbe formata di nuovo l’aria, forse si sarebbe formata di nuovo l’acqua.

Marta non ci credeva, ma sperava tanto che, se non lei, almeno i suoi bambini avrebbero visto di nuovo le onde del Mediterraneo.

Muoversi.

 

 

2 Risposte

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  1. […] Neve per sempre […]


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